AZIONE, TEMPO E CONOSCENZA (SECONDA PARTE)

03/04/2013

[Pubblicato oggi sul sito di von Mises Italia, http://vonmises.it/ in http://vonmises.it/2013/04/03/azione-tempo-e-conoscenza-la-scuola-austriaca-di-economia-ii-parte/]

Seconda parte della trascrizione della conferenza tenuta il 10 marzo 2012 in occasione della Austrian Scholars Conference ad Auburn, Stati Uniti, e riassunto del Capitolo 2 del mio ultimo libro Ação, Tempo e Conhecimento: a Escola Austríaca de Economia (Instituto Mises Brasil, São Paulo, 2011)

V. Economia

mises_crestL’economia della Scuola Austriaca, così come la filosofia, l´epistemologia e la politica, deriva anch’essa da quella che noi chiamiamo triade di base – azione, il tempo e la conoscenza – e si diffonde attraverso i concetti di utilità marginale, soggettivismo e ordini spontanei, cioè gli elementi di propagazione.

Sulla base di questi elementi essenziali e propagatori seminali gli economisti austriaci da Menger in poi hanno eretto un vario e complesso edificio dal punto di vista scientifico. Una struttura che funziona perfettamente, per quanto possa essere definito “perfetto” il mondo reale nelle scienze sociali.

Vorrei brevemente esporre ciascuno dei sei campi della teoria economica che ritengo essenziali per la comprensione del pensiero austriaco.

 

1. Il processo di mercato

A differenza dell´economia mainstream, la Scuola Austriaca non studia mercati in equilibrio né adotta la famosa classificazione dei mercati in base alla loro “forma” (concorrenza perfetta, oligopolio, concorrenza monopolistica e monopolio). Essa presuppone invece che i mercati siano processi tendenti ad un equilibrio (perché gli attori sono razionali e imparano dagli errori) che è in continua evoluzione e che in ogni istante di tempo dinamico non viene tuttavia raggiunto.

Per capire questo aspetto è sufficiente ricordare i principali elementi della teoria. In primo luogo, i mercati sono mossi da azioni dei suoi partecipanti, sia sul lato della domanda che dell’offerta. In secondo luogo, l’azione umana si svolge nel tempo dinamico e ogni istante è un’occasione di apprendimento. In terzo luogo, le operazioni di mercato sono effettuate in condizioni di limitazione e di dispersione della conoscenza. In quarto luogo, i mercati sono ordini spontanei, soggetti quindi a cambiamenti continui. In quinto luogo, l’azione umana è soggettiva.

Come ci si può aspettare, quindi, che i mercati del mondo reale siano in “equilibrio” in un determinato momento? Questo è uno dei principi fondamentali della teoria austriaca. I mercati sono riflesso di tentativi ed errori, in un processo permanente per la ricerca di nuove opportunità e il cui dinamismo non  lascia spazio all’equilibrio, come ha mostrato Kirzner nel suo importante contributo per la comprensione del processo di mercato (ci sono anche economisti austriaci che non accettano l’ipotesi di mercati che tendano verso un qualche equilibrio, come Lachmann, il quale vede il mercato come un “caleidoscopio”. La tendenza generale tra gli austriaci tuttavia non è quest’ultima).

Di conseguenza, i mercati tendono a risolvere l’incertezza e coordinare sistematicamente i piani formulati dagli operatori economici. Poiché le varie circostanze che circondano l’azione umana sono in continua evoluzione, ne consegue che lo stato di completo coordinamento non è mai pienamente raggiunto, anche se i mercati tendono ad esso.

2. Il ruolo dell’imprenditore e la sua funzione nei mercati

L’imprenditorialità è la capacità soggettiva dell’individuo di percepire le possibilità di guadagno sui mercati. Pertanto, non è altro che una categoria dell´azione. Così, l’azione umana può essere considerata un fenomeno di business, in particolare quella basata sulle capacità di percezione e coordinamento dell´individuo che agisce.

Come per ogni azione umana, l’imprenditorialità si verifica in condizioni di incertezza reale, dati i limiti della nostra conoscenza. Si richiede inoltre creatività, in quanto il futuro è incerto. Un´azione imprenditoriale puó avere risultati positivi o negativi. L’imprenditore compie una serie di scelte nel tempo, il che comporta anche un certo numero di scelte alternative a cui egli deve necessariamente rinunciare ed il cui valore soggettivo chiamiamo ‘costo’.

Siccome i mezzi sono sempre limitati, gli attori punteranno prima gli obiettivi che ritengono più importanti e soltanto dopo gli altri, relativamente meno importanti. Ogni azione è motivata dalla convinzione personale che i fini scelti abbiano un valore maggiore del costo. La differenza tra i due è il profitto, l’elemento che spiega l’azione.

Inoltre, gli economisti della tradizione austriaca sostengono che ogni azione incorpora una componente imprenditoriale pura e creativa che non richiede alcun costo. Questa componente imprenditoriale pura prevede la convergenza dei concetti di azione ed imprenditorialità.

3. Il dibattito circa l’impossibilità del calcolo economico nelle economie socialiste

Mises  giá nel 1920 vide chiaramente che in un sistema economico socialista il calcolo è impossibile. La sua tesi era semplice: il calcolo economico richiede che i decisori conoscano i prezzi e questi, a propria volta, per essere considerati prezzi nel senso proprio del termine (e non mere tariffe) presuppongono: (a) l’esistenza del processo di mercato, in cui le azioni di acquirenti e venditori fluiscano indisturbate, e (b) la proprietà privata, un prerequisito dei mercati. Il socialismo però non ammette proprietà privata, quindi non ha senso parlare di mercato in un sistema socialista che non abbia mercati funzionanti né prezzi. Tuttavia, se non ci sono prezzi il calcolo economico è impossibile. Per questo motivo Mises, nel dibattito con gli economisti socialisti, ha affermato categoricamente che il sistema socialista è basato su un processo cieco ed è quindi destinato a provocare il caos sociale ed economico. La storia ha dimostrato – e dimostra ancora – che Mises aveva ragione.

Le agenzie di questi sistemi centralisti sono formate da persone ed è irragionevole supporre che le loro intenzioni “pure” possiedano il dono dell’onniscienza che permetterebbe loro di cogliere e interpretare insieme numerose e sparse informazioni in continua evoluzione.

I pianificatori non possono nemmeno determinare il proprio grado di ignoranza circa le informazioni necessarie per il calcolo e il suo coordinamento. Inoltre, maggiore è il grado di coercizione imposto, minore è la possibilità di realizzare i piani, perché l’intervento dall’alto tende a diminuire il coordinamento, con conseguente aumento delle distorsioni nel tempo.

4. La teoria monetaria

Sono cinque i punti principali della teoria monetaria della Scuola Austriaca. In primo luogo, le variazioni dello stock di moneta hanno effetti diseguali sui prezzi relativi, sulla struttura del capitale e sui modelli di produzione nell’economia; inoltre, tali variazioni alterano i livelli di utilizzo dei fattori di produzione. Già nel 1912, nella sua teoria monumentale sulla moneta ed il credito, Mises affermò che gli aumenti dell’offerta di moneta non producano benefici per la società poiché riducono semplicemente il potere d’acquisto di ogni unità monetaria.
Il nuovo denaro iniettato nell’economia infatti non può essere “neutro”: l’elicottero spargisoldi di Friedman non agisce in modo uniforme nei vari settori dell’economia, ma interessa invece punti specifici della struttura della produzione.

In secondo luogo i cicli economici sono fenomeni che, pur manifestandosi nella cosiddetta economia reale, hanno cause unicamente monetarie.

In terzo luogo il denaro, come ogni altro bene, ha il suo valore stabilito dal principio di utilità marginale, come Mises ha dimostrato risolvendo il problema di “circolarità austriaca”, con il suo famoso “teorema di regressione”.

Il quarto punto è che gli studiosi austriaci non definiscono l’inflazione come “aumento continuo e generalizzato dei prezzi” poiché questo è in realtà solo il sintomo dell’inflazione, definita da essi come il progressivo declino del potere d’acquisto del denaro, causato in ultima analisi dall´emissione di moneta con conseguente diminuzione nella sua utilità marginale.

Infine anche il denaro, vale a dire il sistema monetario, è un ordine spontaneo: un fenomeno che è in continua evoluzione come risultato dell’azione umana, non della pianificazione.

5. La teoria del capitale

La teoria austriaca del capitale, senza dubbio, è un elemento che differenzia la Scuola Austriaca da tutte le altre, semplicemente perché quest´ultime non hanno niente di simile a una teoria del capitale.

Böhm-Bawerk, che ha seguito la tradizione iniziata da Menger, ha dato senza dubbio il principale contributo alla teoria del capitale. Mises, Hayek e altri austriaci hanno dato un importante contributo al suo sviluppo.

Il suo principio centrale è il concetto di struttura del capitale o di struttura della produzione, che descrive un bene che passa attraverso varie fasi del processo di produzione. Queste fasi corrispondono alla struttura del capitale dell’economia, pertanto il capitale non è omogeneo e costante come invece sostenuto dai modelli macroeconomici: è essenzialmente eterogeneo e varia con altri fattori di produzione nel tempo.

L’eterogeneità dei beni capitali e il fatto che le economie siano caratterizzate da una strutture del capitale, insieme all’individualismo metodologico, hanno portato gli economisti austriaci a rifiutare l’analisi macroeconomica in vigore.

6. La teoria austriaca del ciclo economico (ABCT)

La ABCT è stata ideata da Mises nel suo trattato del 1912, ulteriormente sviluppata da Hayek nel 1930 e in seguito migliorata da altri economisti nella tradizione di Menger.

É allo stesso tempo una teoria della moneta, del capitale e dei cicli economici. Essa mostra come la questione della moneta e del credito, in eccesso rispetto alla corrispondente quantità di risparmio, abbia l’effetto di ridurre i tassi di interesse, cosa che inizialmente inganna gli attori economici nel credere che tale riduzione sia il risultato di un aumento del risparmio reale. Di conseguenza, gli attori intraprendono investimenti a scadenza più lunga, modificando la struttura della produzione nell’economia. In seguito, quando gli attori scoprono che l’aumento degli investimenti non poggiava su maggiori risparmi, ma su inflazione del credito mascherata da risparmio, i tassi di interesse aumentano portando a una contrazione nella struttura della produzione. Questo allungamento e la successiva contrazione (noto come effetto fisarmonica) produce disoccupazione, in particolare nei segmenti più lontani dalla produzione di beni di consumo, proprio quelli che inizialmente hanno beneficiato dell´espansione monetaria.

Pertanto, l’inflazione – quel denaro supplementare introdotto nell’economia senza un reale risparmio corrispondente – finirà per causare la disoccupazione dei fattori di produzione. Come ha detto Hayek, non esiste la scelta tra mangiare troppo (emettendo moneta senza una riserva di valore reale) ed avere l´indigestione (recessione). Sono due cose inseparabili, la prima porta alla seconda. E’ quindi fallace l’analisi keynesiana (che si concretizza nella “curva di Phillips”) che postulava l’esistenza di un trade-off tra inflazione e disoccupazione, per cui se il governo volesse combattere l’inflazione dovrebbe accettare un tasso di disoccupazione più elevato e se volesse ridurre la disoccupazione sarebbe costretto ad accettare un tasso di inflazione più elevato.

Come Mises disse un centinaio di anni fa:

L’interesse originario non è il prezzo pagato per i servizi di capitale. È, al contrario, il fenomeno dell´interesse originario a spiegare perché dei metodi di produzione che richiedono meno tempo sono utilizzati al posto di metodi che richiedono piú tempo ma porterebbero a una maggiore produzione per unità di input.

O, con le parole di Hayek nel suo Prices and Production:

Vi è, tuttavia, un´altra e molto più importante differenza che si manifesta solo con il trascorrere del tempo. Quando un cambiamento nella struttura della produzione sia stato determinato dal risparmio, siamo giustificati nel supporre che la mutata distribuzione della domanda tra beni di consumo e beni capitali sarebbe permanente, poiché si é trattato dell’effetto di decisioni volontarie degli individui. Si è avuta una modifica della struttura della produzione solo perché un certo numero di persone ha deciso di spendere una quota minore del proprio saldo monetario in consumi ed una maggiore nella produzione. E visto che, una volta completata la modifica, da essa ne deriverebbe per loro una percentuale maggiore dell’incrementato reddito reale complessivo, non avrebbero alcun motivo per aumentare la proporzione del loro saldo monetario spesa in beni di consumo. Non ci sarebbe, dunque, alcun motivo intrinseco per un ritorno alle vecchie proporzioni.

In altre parole, per Keynes la depressione è un problema di eccesso di risparmio sugli investimenti e per i monetaristi si tratta di una mancanza di moneta. Per gli austriaci a causare le depressioni é invece un eccesso di investimenti sbagliati ed in quantità eccedente il risparmio reale.

Da quel momento in poi, il mainstream accademico ha frainteso la profondità dell’analisi austriaca e purtroppo Keynes ha vinto il dibattito, perché i suoi consigli ai governi per salvare l’economia dalla Grande Depressione erano molto più politicamente accettabili.

Come Ron Paul ha scritto nel suo libro End the Fed:

Se c’è un libro che l´establishment di Washington dovrebbe leggere immediatamente, è La Grande Depressione Americana di Rothbard. In questo libro si dimostra che la Fed a partire dalla fine del 1920 ha creato il boom economico che ha portato alla crisi, e che gli interventi di Hoover hanno prolungato la Grande Depressione. [cap. 3]

VI. Osservazioni conclusive

Una conseguenza naturale della teoria economica della Scuola Austriaca si riflette sulla questione del monopolio del denaro da parte dei governi. Perché solo i governi dovrebbero stampare denaro attraverso le banche centrali? Perché solo le banche centrali dovrebbero controllare il credito? Perché l’instabilità del sistema della riserva frazionaria non è messo in discussione? Perché esistono le banche centrali, dato che la loro è una storia di fallimenti? Perché la gente in generale è contro i monopoli, ma quando si discute del più nefasto di tutti, il monopolio sul denaro, solo gli austriaci ne suggeriscono l´eliminazione?

La crisi attuale rappresenta una grande opportunità per il progresso della teoria austriaca e l’abbandono degli approcci errati dell’economia mainstream, come le varie forme di keynesianismo e monetarismo. Il keynesianismo è un errore, il neokeynesianismo é insistere nell´errore, e l’attuale keynesianismo é la persistenza nell´errore. Il monetarismo non è altro che il keynesianismo con prezzi flessibili e con stabilità della domanda di moneta.
Quando guardiamo i sei elementi della teoria economica austriaca, ci rendiamo conto di quanto l’economia tradizionale abbia sbagliato. Di sicuro, la teoria economica che è stata insegnata nelle università per decenni è errata. Spero che il mondo scopra la verità.

In questo articolo ho riassunto i temi che ho descritto nel mio libro Azione, Tempo e Conoscenza: la Scuola Austriaca di Economia. In esso sottolineo la molteplicità di fattori che complessivamente costituiscono la Scuola Austriaca, evidenziando l’importanza di ciascuno per lo sviluppo della scuola, oltre agli intrecci reciproci.

Alla triade di base, formata dai concetti di azione umana, concezione dinamica del tempo e il riconoscimento che la conoscenza abbia dei limiti, aggiungo quelli che noi chiamiamo “elementi di propagazione”, vale a dire la dottrina dell’utilità marginale, il soggettivismo e il concetto di ordine spontaneo. A questo punto, consiglio al lettore di fare una pausa e riflettere in autonomia se ciascuno degli elementi di propagazione segua effettivamente la triade di base, e in quale misura.

Armati di questo apparato, nel libro cerco di descrivere le implicazioni degli elementi della triade e la propagazione nei campi della filosofia politica, dell´epistemologia e dell’economia.

Infine, invito il lettore a ricordare che la Scuola Austriaca si è dimostrata di gran lunga superiore ai diversi rami dell’economia mainstream. Prova evidente di questa affermazione sono le continue crisi ed i fenomeni di bolla a partire dal 1920-21 e continuando con la Grande Depressione del 1930, senza dimenticare la durata della crisi attuale. La prima si conclude senza l’intervento del governo laddove la seconda, la cui “soluzione” oggi sembra essere attribuita all’applicazione delle idee di Keynes, stava di fatto per esaurirsi da sola in un’economia che aveva dato chiari segnali di ripresa già prima del New Deal.
Per quanto riguarda la crisi attuale, dal 2008 stiamo di nuovo dentro a una bolla proprio perché le banche centrali hanno emesso moneta e credito in assenza di cambiamenti nelle preferenze temporali, e perché i governi si sono comportati come medici che prescrivono zucchero a un malato di diabete.

Azione, Tempo e Conoscenza: questo è l’affascinante universo della Scuola Austriaca di economia!

Ubiratan Jorge Iorio

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Ubiratan Jorge Iorio è Direttore Accademico dell’Istituto Mises Brasil, Socio onorario dell’Associazione Ludwig von Mises Italia e professore di Economia presso l’Università dello Stato di Rio de Janeiro

L’autore è grato al professor Adriano Gianturco Gulisano (Ibmec, Belo Horizonte)  per i suoi utili suggerimenti e per le sue critiche, oltre che per la revisione grammaticale, al quale naturalmente non vanno addotte responsabilità per eventuali errori rimanenti.