UN LASCITO DI KEYNES: L’IMMORALITÀ DELLA DEMOCRAZIA IN DEFICIT

 [Pubblicato nella Rivista Liber@mente: La Rivista Aperta di Informazione e Diffusione di Conoscenza, numero 1/2014, Gennaio-Marzo di 2014, editata da Fondazione Vincenzo Scoppa, Catanzaro, Calabria, Italia, www.fondazionescoppa.it]

 

copLe teorie keynesiane hanno condotto all’ampliamento dell’intervento dello Stato in economia e accentuato il ricorso all’indebitamento pubblico.

Il dibattito tra i sostenitori del libero mercato e delle libertà individuali contro coloro che credono nello statalismo è piuttosto vecchio. Si può dire, infatti, che risalga ad Aristotele, Platone, S. Agostino, S. Tommaso d'Aquino, scolastici dei secoli XV e XVI e ad altri autori antichi. Ma è stato nel XX secolo, in particolare com l'ascesa di idee socialiste e keynesiane, opposte al pensiero da Mises, Hayek, Buchanan e di altri esponenti della Scuola Austriaca e della School of Public Choice, che questo dibattito ha guadagnato dimensioni molto significative. Purtroppo, da allora, le libertà individuali sono sotto minaccia costante e crescente. Sfortunatamente il famoso dibattito tra Hayek e Keynes negli anni '30 del secolo scorso è stata vinto da quest'ultimo, perché le idee interventiste di Keynes avevano un appello senza dubbio più forte dal punto di vista politico che il non interventismo degli economisti austriaci.

È incredibile come gli economisti e altri scienziati sociali non si rendono conto di come, da una parte, le politiche statali interventiste nell'attività econômica degli individui e, dell’altra, la pratica della democrazia diffusa (che si può chiamare "democraticismo"), oltre a non risolvere i problemi che vengono chiamati a risolvere, hanno la cattiva caratteristica di essere immorali. Lo scopo di questo articolo, quindi, è quello di mostrare che uno e l'altro, statalismo e "democraticismo", causano effetti nocivi e spesso difficilmente reversibili sull'economia e la società. Come ha sottolineato James M. Buchanan: «Quello che è successo in questo secolo [il secolo XX] è che il finanziamento del debito [da parte dei governi] non è stato più considerato immorale» ("The Moral Dimension of Debt Financing Financing", in: "Liberty, Market and State - Political Economy in the 1980s", Harvester Press, London, 1986, pag. 189).

 

Ma perché l'accumulo di debiti e deficits è assolutamente immorale? Vediamolo. Immaginate un padre che há insegnato ai suoi figli dalla più tenera ETA a spendere tutto ciò che possedevano - ancor più di quanto hanno guadagnato - e instillato loro che l'abitudine di risparmio è un vizio abominevole e che il debito è una virtù lodevole. Immaginate anche che, prima di morire, chiama i medesimi figli e dice loro che la sua ereditè consiste in enormi debiti e, nello stesso tempo, li istruisce ancora a fare lo stesso con i loro figli. In pratica, questo padre lascerà ai propri figli un buco più grande di quello in cui si trova lui ora - mettendo inevitabilmente pressione sui loro eredi, nipoti egenerazioni future. Certamente, potremmo subito concludere che questo padre è stato irresponsabile, stravagante e spendaccione. Insomma, in termini morali, un cattivo esempio per i figli.

Comunque, ciò di cui pochi si rendono conto - tra cui quasi tutti gli economisti - è che il keynesismo non è altro chep1 una difesa apparentemente "scientifica" del comportamento del padre scellerato! Inoltre, che i vizi del padre non sono, dal punto di vista della società, vizi ma le virtù e che le vere virtù individuali, come la modestia, la parsimonia e la buona gestione dei frutti del suo lavoro, se considerati dal punto di vista della “società”, non sono virtù , ma vizi deplorevoli e peccati mortali. Così, quando un capofamiglia spende permanentemente più del proprio reddito, le conseguenze della sua imprudenza non tarderanno a emergere. Allo stesso modo, quando un’azienda opera in "rosso" per diversi anni di fila, è quasi certo che chiuderà i battenti. A rigore, sia da un punto di vista morale che in ottica economica e finanziaria, spendere più di quanto si guadagna è un atteggiamento sbagliato, che, se non corretto, finirà per essere punito, non da qualche carnefice spietato, ma secondo le regole proprie dell'azione umana. Il punto essenziale che molti non comprendono, è che lo Stato è soggetto alle restrizioni di natura morale, economiche e finanziarie alle quali sono necessariamente assoggettati gli imprenditori e le famiglie. Come avrebbe osservato Adam Smith, atti saggi per le famiglie e gli imprenditori non possono essere folli per gli uomini di governo. Tuttavia, purtroppo, come sopra rilevato, sembra che la maggior parte degli economisti non accolgano questo insegnamento rudimentale della filosofia morale. La teoria economica che ha prevalso durante gli ultimi ottanta anni è stata caratterizzata, pertanto, dalla totale mancanza di importanti elementi etici che regolano il comportamento di tutti gli operatori economici, compreso lo Stato. Questo spiega i regimi fiscali e monetari nonché le politiche di indebitamento interne e esterne che caratterizzano il mondo dalla fine della seconda guerra Mondiale. È triste dirlo, ma oggi viviamo in un mondo in cui ló Stato è il grande signore e i cittadini sono i suoi servitori. E questa situazione è peggiorata con la crisi globale scoppiata nel 2007, a cui gli economisti hanno suggerito di porre rimedio con maggiore debito pubblico e più espansione monetaria.

Oltre a queste considerazioni morali, l'interventismo economico che caratterizza l'economia politica del debito pubblico ha l'effetto di distruggere il capitale del Paese. Infatti, il finanziamento della spesa pubblica non è altro che il consumo del capitale "nazionale", a causa del continuo saccheggio dello Stato - il tutto compiuto in nome della "società" – svolge contro i futuri flussi di cassa del reddito "nazionale". Proprio come se oggi mangiassimo fette di una torta che però sarebbe sfornata solo domani. Quello di cui innumerevoli seguaci di Keynes non si rendono conto è che le regole della prudenza monetaria e fiscale sono necessarie per tenere sotto controllo gli istinti (tribali) spendaccioni degli esseri umani, e uma volta dimenticate queste regole, questi istinti sono stati nascosti sotto la giubba ingannevole di politiche di "fine tunning" e "piena occupazione" e che ipoteticamente soddisfano le "esigenze sociali".

La tabella sotto riportata mostra com assoluta chiarezza che i rimedi keynesiani e monetaristi non hanno prodotto alc effetto positivo. I numeri sono estratti dei siti web della Fed e della Banca Centrale Europea. Essa mette a confronto i dati del 2000 con quelli del 2013.

p2Proprio come una zingara che dice che "le carte parlano e non mentono", possiamo attestare, guardando a questi numeri, che anche essi parlano e non dicono bugie. Evidenziano, in primo luogo, la crescita senza precedenti del rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo; in secondo, la crescita sconsiderata degli aggregati monetari e, infine, che, nonostante le politiche interventiste portate alle estreme conseguenze, i tassi di disoccupazione sono aumentati sostanzialmente sia negli Stati Uniti che in Europa.

Senza dubbio questa tabella parla da sola. In sintesi, che il debito statale è circa il 100% del PIL, che l'espansione monetária è stata irresponsabile e che anche com questi "rimedi" la disoccupazione rimane piuttosto alta. C'è qualcosa di sbagliato nell’interventismo? È ovvio! Naturalmente, questi debiti ed espansioni monetarie irresponsabili sono stati approvati dal quelli che si definiscono i "rappresentanti del popolo". Però, come hanno sottolileato Buchanan e gli economisti della Scuola Austriaca, e da ultimo Lorenzo Infantino, coloro che sono al potere si comportano in modo da soddisfare i propri interessi.

Io sostengo modestamente che la situazione mondiale sarà destinata a peggiorare fino a quando le persone non si rendono conto che lo Stato è bem lungi dall'essere una "soluzione" ai loro problemi. Infatti, come ha dichiarato Ronald Reagan: «lo Stato non è la soluzione. È il problema».

 

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Università dello Stato di Rio de Janeiro (BR)

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