L’EPISTEME PLATONICA, IL SEME DELLO STATALISMO

Alberto Oliva

 

[Pubblicato nella Rivista Liber@mente: La Rivista Aperta di Informazione e Diffusione di Conoscenza, numero 2/2014, Aprile-giugno di 2014, editata da Fondazione Vincenzo Scoppa, Catanzaro, Calabria, Italia, www.fondazionescoppa.it]

platoneNel pensiero di Platone, il promotore della reazione contro la società apertadella democrazia ateniese, il programma politico dello statalismo moderno

 

 

 

 

 Alfred Whitehead non ha esagerato quando, in Processo e realtà, ha scritto che «tutta la tradizione filosofica europea non è che una serie di note a margine su Platone». In modo schematico, divido i pensatori in due grandi gruppi: i “platonici” e i “socratici”. La mia intenzione è caratterizzare la concezione generale di conoscenza dei “platonici” e quella dei “socratici” al fine di individuare in che modo sviluppano le loro teorie politiche. Platone stabilì una netta e rigida separazione tra episteme e doxa. Per Platone, la doxa, traducibile come opinione, è prigioniera delle immagini

 

ingannevoli delle cose che cambiano. Essendo ritratti delle circostanze fugaci, le doxai sono credenze instabili e scartabili. Solo l’episteme, con il suo potere di svelare la realtà essenziale delle cose, è vera e certa. Catturando le proprietà invarianti della realtà, l’episteme arriva alla verità ultima e Allá spiegazione definitiva. Infallibile, l’episteme è la guida sicura per tutti tipi d’azione, compresi quelli interventisti dei governanti. La subordinazione della politica alla filosofia può essere considerata la tesi centrale di Platone nella Repubblica. È meritevole il suo tentativo di produrre uma legittimazione del potere fondata sull’autorità della conoscenza. Lo stesso si può dire della preoccupazione di basare l’attività di governare sulla conoscenza. Ciò che è necessario mettere in discussion è il concetto che la conoscenza che Platone suppone possibile conquistare (definitiva) è invocata da esso per legittimare programmi interventisti di governo. Impiegando il termine totalitarismo in maniera elastica, Karl Popper nella Società aperta e i suoi nemici ritiene che «il programma políticodi Platone, lungi dall’essere moralmente superiore al totalitarismo, sia fondamentalmente identico ad esso».

È innegabile che abbandonare l’autorità della conoscenza come fonte di legittimazione della politica può fare prevalere la visione che le scelte dei cittadini, dei politici e dei governanti siano prive di razionalità. Se la politica si riduce a lotta cieca per il potere, la conoscenza non sarà mai in grado di legittimarla. Platone ha Il merito di cercare una soluzione complessiva – filosofica, politica, culturale ed economica – al problema della legittimazione del potere facendo notare che solo la conoscenza può rendere razionale l´attività politica. In teoria, è salutare sottomettere il potere all’autorità della conoscenza per trovare padroni universali di valutazioni chiaramente distinguibili da giudizi basati esclusivamente in interessi circostanziali. Il problema è che lo stesso Platone invoca il possesso dell’episteme per riconoscere soltanto un criterio supremo supremo di giudizio – l’interesse dello Stato. Nel Dialogo delle Leggi del filosofo greco troviamo non solo la difesa dell’olismo metafísico ma anche del collettivismo inteso come dottrina del primato della collettività sul singolo. Nel Dialogo della Repubblica Platone domanda: chi deve comandare? I pochi o i molti? La sua risposta è che deve comandare il migliore. Il migliore, per l’autore, è il filosofo: «ci sarà un buon governo solo quando i filosofi diventeranno re o i re diventeranno filosofi». Al filosofo è concesso il potere di gestire la polis non perché sia saggio, o il più saggio, ma perché possiede l’episteme. Platone fa la veemente difesa del governo dei filosofi in ragione di stabilire un legame tra conoscenza vera e definitiva ed esercizio legittimo, giusto e competente del potere.

L’esistenza dell’episteme rende inevitabile dare il potere al filosofo in quanto il solocapace di possederla e di avere il compromesso etico di impiegarla a beneficio di tutti. Più che conoscenza irreprensibile, l’episteme è ritenuta il sostegno incontestabile dei progetti di completo rimodellamento della vita politico-sociale. Ed essendo un ingegnere sociale, il filosofo agisce in conformità di un piano o progetto definito per la cui esecuzione lo Stato svolge il ruolo cruciale. La conoscenza definitiva porta con sé prescrizioni concernenti il come deve funzionare la società. E le prescrizioni Del filosofo in disaccordo con l’ordine spontaneo saranno seguite dalla comunità solo se imposti dallo Stato. Senza il suo potere, l’episteme è soltanto bios theoretikos, vale a dire, impotente a produrre cambiamenti complessivi, o strutturali, nella società. Il possesso dell’episteme non deve essere associato alla meritocrazia come la concepiamo oggi, ma a un’aristocrazia filosófica che crede di avere legittimità per definire come deve essere riorganizzata la vita sociale per ottenere un funzionamento ideale. Crediamo importante avanzare un’obiezione alla convinzione platonica che si possa arrivare all’episteme e che essa possa essere impiegata non solo per fare un buon governo come anche per rifare del tutto l’ordine sociale. Il filosofo è il governante ideale per Platone anche perché, a suo avviso, il vero e il bene coincidano. La persona che sa cosa è la virtù non ometterà di praticarla. Non esiste un saggio non virtuoso, tanto che il signore della conoscenza è anche una vestale morale. Il governante che possiede l’episteme ha legittimità non solo per amministrare la res publica ma anche per introdurre profondi mutamenti nella vita sociale. “Platonici” sono tutti quelli che si credono possessori dell’episteme e competenti per tradurla in prassi al servizio della completa e radicale riorganizzazione della vita politica, economica e sociale.

Per conseguenza, la conoscenza definitiva è condicio sine qua non per legittimare Il potere politico concentrato e i progetti interventisti.I “platonici” sono sicuri che l’applicazione dell’episteme renderàrazionali, efficienti e giusti i processi della vita sociale ponendofine alle distorsioni di un ordine politico-economico creato ed evolutoa margine della conoscenza.

Ritenendo difettose le istituzioni formate senza la “pianificazione della ragione”, i “platonici” combattano ogni vestigio di ordine spontaneo nella vita sociale. A dispetto delle profonde differenze filosofiche con Platone, Marx è il suo principale erede nella misura in cui crede non solo in una conoscenza che arrivi alle essenze ma anche in una prassi rivoluzionaria guidata dalla conoscenza. Ne Il Capitale disprezza come economia classica borghese le principali tesi dei pensatori liberali sostenendo che, prigionieri dell’ideologia capitalista, non hanno interesse a raggiungere le determinazioni nascoste o ultime dei fenomeni. Pur essendo storico, e non metafisico come quello di Platone, l´essenzialismo di Marx presuppone il potere della conoscenza di svelare la realtà cosi com’è. Ne Il Capitale Marx sostiene che «ogni scienza sarebbe superflua, se la forma fenomenica e l’essenza delle cose coincidessero immediatamente». Concedendo al materialismo storico la capacità di attingere le essenze, Marx rileva che Bastiat, Adam Smith e gli altri economisti liberali si soffermano Nei fenomeni che si manifestano nella superficie della vita sociale. Tutte le teorie sono errate, tranne la sua, perche non riescano ad andare al di là delle apparenze. E sono ideologiche perche nascondono l’intima struttura della società capitalista legittimandola nella sua forma storica presente. Come “platonico”, Marx concepisce il materialismo storico come teoria capace di raggiungere la struttura essenziale della realtà economico-sociale e come strumento di radicale trasformazione della società.

Il liberale non è “platonico”, bensì “socratico”. Riconosce la sapienza del detto di Socrate: «Io so di non sapere». Il “socratico” si considera un ricercatore della verità, non un possessore della verità. A differenza dello scettico, il liberale è fallibilista nel senso che, pur riconoscendo che una teoria abbastanza confermata possa essere vera, ritiene ingiustificabile valutarla vera mentre prosegua la ricerca. Il liberale è consapevole che anche una teoria ampiamente appoggiata dai fatti può, in alcun momento, inciampare in un contro-esempio. La Teoria della Relatività di Einstein può essere vera, ma saremo in grado di saperlo soltanto dopo aver esaurito tutte le possibilità di testarla. Allontanandosi della mainstream filosofica, il liberale riconosce che la conoscenza è finita e l’ignoranza infinita. E per quanto riguarda Il potere, la questione fondamentale è come limitare e controllare Il potere. L’enfasi non ricade nella concessione del potere a un’intelligentia signora dell´episteme, ma nei meccanismi istituzionali, Nei checks and balances, in grado di evitare la concentrazione di potere che minaccia la libertà degli individui. Il socratismo epistemológico è uno dei tre pilastri centrali dell´edificio liberale. La convinzione che la conquista dell’episteme sia irraggiungibile ha un chiaro e forte impatto su le teorie politiche ed economiche dei “socratici” liberali. Alexis de Tocqueville è eloquente nella sua difesa del fallibilismo: «Ho finito col persuadermi che la ricerca di una verità assoluta dimostrabile, al pari della felicità perfetta, fosse uno sforzo verso l’impossibile. Ciò non significa che non vi siano delle verità che meritano la convinzione totale dell’uomo. Ma sicuramente sono pochissime. Per l’immensa maggioranza di ciò che ci importa di conoscere non abbiamo che delle verisimiglianze. E il disperarsi del fatto che sia così, significa disperarsi del fatto di essere uomini. Perché questa è una delle più inflessibili leggi della nostra natura». 

Più che le altre correnti filosofiche, politiche ed economiche, Il pensiero liberale è in conformità con la visione che la scienza è un’attività che si auto-corregge. Come rileva Popper, non esiste um grande scienziato – e si può pensare a scienziati sommi come Galileo, Keplero, Newton, Einstein, Darwin – che non abbia commesso errori. Nell’Azione Umana Ludwig von Mises mette in risalto che la conoscenza intesa come spiegazione ultima o verità definitiva non è accessibile all’uomo: «Non v’è perfezione nella conoscenza umana e, per questa ragione, in qualche altra realizzazione umana. L’onniscienza è negata all’uomo. La teoria più elaborata che sembra soddisfare completamente la nostra sete di sapere può essere un giorno emendata e soppiantata da una nuova teoria. La scienza non ci dà una certezza assoluta e definitiva». In sintonia con Mises e Tocqueville, Popper sostiene che ci sono ben pochi campi del comportamento umano, per non dire nessuno, che siano indenni dalla fallibilità umana. Per il fallibilismo, ciò che ritenevamo ben fondato o addirittura certo, può, in seguito, risultare non del tutto corretto e bisognevole di correzione o di sostituzione. Contro la fede nella conquista dell’episteme, Popper sostiene che impariamo dai nostri errori. E impariamo per via di tentativi ed errori, e ci rendiamo conto di quanto poço sappiamo; che nessuno è esente dal commettere errori e che la cosa importante è riuscire a imparare da essi. Tuttavia, riusciamo a imparare dai nostri errori soltanto se non ci leghiamo a un’ideologia che ci rende ciechi ai difetti delle teorie. L’ideologo ha tanta fede nelle sue teorie, recitati acriticamente, e non si sente bisognoso di imparare più niente. Questo naturalmente è il più dannoso di tutti gli errori possibili. Nello stesso modo dell’ideologia, la credenza nella conquista della conoscenza definitiva rende superfluo imparare. Contro i “platonici”, che propongono pesanti programmi d’ingegneria sociale legittimati nella presunta conquista dell’episteme, il liberale – “socratico” – difende il riformismo cauto e graduale in ragione della fallibilità di tutti i nostri sforzi di comprensione della realtà. Non si giustifica l’ambizione ingegneristica di rimodellare radicalmente la società si non conosciamo con esattezza le cause che la fanno essere così com’è. Peraltro, la completa ricostruzione della vita sociale esige enorme concentrazione di potere; col pretesto di edificare la società perfetta, i “platonici” considerano legittimo riordinare a tutti costi le relazioni sociali, anche se il processo di trasformazione sbocchi nella soppressione della libertà.

Il liberale, riconoscendo la fallibilità e la dispersione della conoscenza, ha la convinzione che ciò che importa non è tanto consegnare il governo ai saggi, ma l’esistenza d’istituzioni che, essendo protettivi della libertà individuale, rendano possibile sia governare sia controllare coloro che governano.

 

Università Federale di Rio de Janeiro (Brasile)

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